Cari genitori, lasciate lo sport ai vostri figli!

21-04-2020 11:46 -

Le regole per tutelare l’armonia in campo e in famiglia.

Leviamo subito dal campo ogni dubbio.
I genitori che urlano in tribuna sono “loro”. Quelli che insultano gli arbitri sono sempre quelli dell'altra squadra. Quelli che criticano il proprio allenatore sono gli “altri” e quel papà che insiste tutto il pomeriggio a dire al proprio che figlio che la partita di domani è “importante” è quel pazzo ossessionato di cui non ricordo il nome.

Adesso che abbiamo fatto chiarezza su chi sbaglia (lo ricordiamo: gli «altri»), se solo per caso ci siamo ritrovati in una di queste situazioni o simili, siamo forse meglio disposti ad accettare qualche riflessione su come affrontare al meglio la vita sportiva dei nostri figli.

Sono più o meno 5 milioni i genitori che ogni anno si apprestano a scegliere o confermare quale sport far praticare ai propri bambini mentre si avvicina la ripresa della scuola e di tutte quelle attività parallele che completano le intense giornate dei ragazzi così affollate di impegni, corsi e allenamenti e che ritmano l'agenda settimanale delle famiglie.

Una decisione nella quale il genitore a volte si trova, involontariamente o per semplice non conoscenza, un po' impreparato. Ed è un peccato perché il rischio è guastare la bellezza di questa fase della vita di tanti ragazzi che invece potrebbero trarne grandi benefici non solo fisici (chi scrive a fatto esperienza per tanti anni in squadre giovanili dilettantistiche e trae solo dall'esperienza diretta alcuni episodi).

A ciò si aggiunge il fatto che per i ragazzini il “momento sportivo” è diventato sempre più unico. Le possibilità di fare attività all'aria aperta si sono assottigliate. I pomeriggi spesi in cortile o all'oratorio ormai non esistono più. L'ora di educazione motoria è “sopportata” dalle scuole. La scelta quindi di praticare una disciplina sportiva è diventata una decisione “importante”, forse caricata a volte di troppi significati e aspettative.

Inutile fare discorsi teorici. Meglio interpretare, con un pizzico di ironia e di autoironia, alcune tipiche frasi che si sentono spesso a bordo campo
- Il genitore falso distaccato: «Basta che si divertano…». Frase impeccabile in teoria ma a volte è la classica espressione che si sente pronunciare da quel genitore che vuole mostrare quasi indifferenza, ma che alla prima sconfitta inizierà a inveire contro il mondo e se poi il figlio dovesse stare troppo in panchina.
- Il genitore competitivo: «Avete intenzione di fare una buona squadra?» frase rivelatrice di chi ci tiene a vincere, di solito un papà. Traduzione: non voglio proprio portare mio figlio in una squadra di scarsi dove si perde sempre.
- Il genitore organizzatore: «Non si potrebbero spostare al martedì gli allenamenti? Sento io gli altri genitori e faccio un gruppo su whatsapp…». Vittima di molteplici impegni suoi, della sua famiglia e di suo figlio tenta disperatamente di incastrare tutto, trascurando che un'intera Società sportiva piccola o grande ha esigenze proprie. Ma whatsapp diventa soluzione di tutti i problemi.
- Il genitore falso modesto: «È bravino, niente di che, gioca un po' alla Dybala…». Di solito è il papà. Vede suo figlio come un campione (che probabilmente non è), ma non vuole dirlo esplicitamente. Alla prima non convocazione sarà un problema.
- Il genitore simpatico incompetente: «Se possibile non dovrebbe stare in barriera…» o espressioni simili a seconda della disciplina rivelano il genitore “pauroso” che non conosce spesso le regole ma almeno è simpatico al limite del surreale.
- Quei genitori mai contenti: «Tutto bene, ma perché l'altro allenatore urla così tanto e invece il nostro…» (o il contrario). Hanno l'ossessione del confronto. Dell'allenatore soprattutto, ma poi anche delle divise, degli spogliatoi, delle riunioni più o meno frequenti e così via. C'è sempre qualcosa che di là fanno e qua no.

E cosa invece osservare?
Diciamo invece su cosa sarebbe bello che i genitori ponessero più attenzione:
• Valutate il miglioramento.
• Solo chi lavora bene migliora.
• L'obiettivo non è solo il risultato.
• Da una sconfitta si può imparare molto di più.

Ma bisogna viverla bene, cioè osservando i miglioramenti che non sono solo tecnici ma anche nella capacità di stare con gli altri, nell'autonomia, nel carattere e così via. Una sola squadra vince il campionato, ma non è che tutte le altre sono composte da idioti, solo che hanno altri obiettivi. Si può vincere partecipando come si può vincere imparando.



Fonte: Il Delegato UNVS Romagna