Il socio Adalberto Capuani ha compiuto 100 anni. Una vita, splendida, tra casa e piscina. Il miglior arbitro di pallanuoto della sua generazione e senza voler mancare di rispetto agli altri, il migliore in assoluto. Adalberto col fischietto in bocca c'è cresciuto. Faceva il capostazione a Civitavecchia e in quel periodo venne assunto un giovane Luciano Moggi.
Storie di sport, unite dallo stesso luogo, quella stazione ferroviaria che è stata la colonna sonora della loro vita. Presero, lui e Luciano, strade diverse. Moggi diventò il re del calcio, Adalberto, il re dei fischietti.
Era il più bravo, scanzonato, amico di tutti i giorni, ma una volta a bordo vasca, non guardava in faccia nessuno. Tutti gli volevano bene e lo rispettavano, ma nello sport non guardava in faccia a nessuno. La sudditanza psicologica, neppure sapeva cosa fosse. Eraldo Pizzo e Gianni De Magistris, due ‘monumenti' della nostra pallanuoto, lo temevamo perché con lui non c'era da scherzare. E quando un giorno il ‘caimano' Eraldo Pizzo, in un Canottieri-Pro Recco gli disse “Ma tu sai chi sono io?”, rispose semplicemente: “E tu lo sai chi sono io?”. Non aveva riguardi per nessuno. Se sbagliavi in acqua ti puniva. Era il migliore. Il suo fiore all'occhiello rimase l'Olimpiade di Mosca.
Non era stata designato dalla Fin, ma lo volle a tutti i costi l'allora presidente della Fina, il messicano Javier Ostos Mora. Davanti aveva tanti ‘mostri sacri', ma le partite più delicate, se le prese lui, comprese le finali tra Unione Sovietica e Jugoslavia e Unione Sovietica - Ungheria. Era il migliore al mondo, ma la carriera di Adalberto è stata una escalation di emozioni a bordo vasca. Le più importanti partite, se le prendeva lui.
A quei tempi c'erano tanti arbitri di spessore, dall'amico Sandro Ferri, al ‘barone' Rino Merola che a Mosca c'era andato, per poi sedere in tribuna nelle partite che contavano. Non perché non fosse bravo, semplicemente perché davanti aveva un ‘mostro sacro' come Adalberto.
Con Ferri arbitrò una finale scudetto infuocata tra Bogliasco e Recco e a fine partita ricevette i complimenti anche da chi quella partita l'aveva persa. Di Adalberto ho dei ricordi indelebili. Era il 1978 e mi avvicinavo per la prima volta alla pallanuoto. Ricordo i nostri viaggi in treno in scompartimenti scomodi. Mi spiegava le regole e l'importanza di guardare sempre la palla.
Alla “Ruota” di Nervi tra una portata e l'altra, parlava di come si arbitra, della necessità di non sbagliare. Lui era serio e meticoloso, e a differenza di tanti altri colleghi, lo vedevi in tribuna a seguire altre partite, solo per studiare i pallanuotisti. Perché a quei tempi non c'erano le telecamere sotto il bordo dell'acqua, dovevi decidere in un battito di ciglia.
Per questo andava a vedere altre partite, per studiare i movimenti. Ha sbagliato di rado e quando gli jugoslavi (che persero la finale olimpica) andarono a complimentarsi per la direzione, capivi che era stato impeccabile. A bordo vasca cercava equilibrio, tra varie metodologie, pur di non favorire mai quella più fisica. Lo chiamavano il ‘re' e lo era. Ogni fischio ponderato, come quando doveva far partire un treno. Si chiudevano le porte e lui fischiava. E a bordo vasca, contava solo lui, chiunque avesse davanti. Inflessibile, rigido, vedeva dove gli altri immaginavano. Ha compiuto cent'anni, una vita meravigliosa. Auguri Adalberto!