news

Quando a terra non si cade per fallo: il fair play messo alla prova

08-03-2026 19:28 - Last minute
Proseguendo nei suoi sempre saggi e attuali interventi sul mondo sportivo l’amico Delegato Regionale UNVS Umbria Giocondo Talamonti ci invia questo suo azzeccato “pezzo” che ben volentieri pubblichiamo:

Nel calcio moderno c’è un gesto che sta diventando sempre più frequente e sempre meno sportivo: buttarsi a terra. Non per un fallo reale, ma per far scorrere il tempo, spezzare il ritmo della partita o consentire alla squadra di rifiatare nei momenti di difficoltà. Un comportamento che, oltre a falsare il gioco, contribuisce ad alimentare tensioni e nervosismo sugli spalti.

Sempre più spesso assistiamo a giocatori che restano a terra per presunti contatti, attendendo l’intervento dell’arbitro o dei sanitari. In molti casi non c’è alcun fallo, ma la sceneggiata ottiene comunque l’effetto desiderato: la partita si ferma, la squadra recupera energie e l’attenzione si sposta dalla dinamica del gioco alla protesta. Se l’arbitro non ravvisa l’infrazione, però, quel comportamento dovrebbe essere sanzionato: simulare significa ingannare, e l’inganno non è parte dello sport.

Ancora più evidente è l’uso strumentale dei crampi, soprattutto nei minuti finali delle partite. È legittimo che un atleta accusi difficoltà fisiche, ma quando il fenomeno diventa sistematico e ripetuto all’interno della stessa squadra, il sospetto di una strategia antisportiva è inevitabile. In questi casi, anziché sospendere il gioco, sarebbe più corretto allontanare temporaneamente il calciatore dal terreno di gioco, costringendo la squadra a fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte.

Un’ipotesi concreta potrebbe essere quella di introdurre sanzioni progressive: al primo crampo, ammonizione; al secondo episodio, anche se riguarda un altro giocatore della stessa squadra, un provvedimento più severo, fino all’espulsione. Misure drastiche, forse, ma necessarie per scoraggiare comportamenti che minano la lealtà sportiva.

Il calcio non è solo tecnica e risultato, è anche esempio. Troppo spesso la violenza negli stadi trova terreno fertile proprio in questi atteggiamenti: le simulazioni esasperano il pubblico, aumentano le proteste e creano un clima di ostilità che può degenerare. I giocatori, in quanto protagonisti, hanno una responsabilità educativa verso tifosi e giovani.

Difendere il fair play significa tutelare lo sport nella sua essenza. Cadere a terra dovrebbe essere conseguenza di un fallo vero, non una tattica. Solo così il calcio potrà tornare a essere competizione leale e non teatro di furbizie che allontanano il gioco dal suo valore più autentico.

Giocondo Talamonti